mercoledì 8 agosto 2012

Alla ricerca dello scarabocchio perduto

Avevo intorno ai dieci anni quando feci quel disegno. La prof di educazione artistica ci aveva chiesto qualcosa sugli egiziani forse... Non ricordo bene.

L'anno prima avevo frequentato un atelier pomeridiano dove i bambini potevano fare pittura su vetro, tazze di ceramica, fiori con fili di rame, e alla fine delle due ore, tutti in fila nei grembiuli sporchi salivamo su una piccola panca per lavare i pennelli col sapone.

Era divertente. Io ci stavo bene.

Una signora dai capelli rossi e gli occhi turchini ci seguiva muovendo le pupille nel contorno preciso dell' eye liner in tinta.

Sorrideva. Lì non c'era nessuno che non sapesse disegnare. Non importava o forse non era ancora arrivata l'età dello smarrimento.

Avevo scelto un cartoncino nero e con la matita bianca avevo tracciato un profilo sulla parte destra del foglio. Credo di aver cancellato e rifatto varie volte. Volevo che fosse reale. Invece era brutto. Sbagliato. Non assomigliava ad un profilo vero.

La mia capacità di linguaggio e di scrittura cresceva e si sviluppava, ma la mia capacità di disegnare si era arrestata, proprio intorno ai nove anni, come scrive Betty Edwards, del libro del post precedente.

Pensate che 'arresta' sia una parola forte? Diciamo che molti adulti disegnano come bambini... mia madre, mio padre, i suoceri e forse anche mio nonno e i miei fratelli. Anche Liuk.

Perché?

La prof disse a mia madre che era chiaro e palese al mondo intero che io non sapessi affatto disegnare, anzi, pardon, non ero portata! Me lo ricordo così bene perché io ero presente quel pomeriggio ai colloqui.

L'ingenuo stupore di mia madre che non riusciva ad ammettere quanto quel disegno che avevo fatto fosse brutto (<<ma come? Io l'ho mandata all'atelier>>), miscelato con la noiosa ignoranza e superficialità della prof, mi si piantarono in gola come lische di sgombro da sei euro al kg.

Il fatto è che dopo un'infanzia di scarabocchi, dopo aver costruito i propri simboli... Gli occhi sono così, il naso, la bocca i vestiti, e poi i particolari, bottoni, cinture, collane, e poi ancora disegni che raccontano storie e curano emozioni,
dopo essere arrivati a poter finalmente disegnare un paesaggio con terra, cielo, sole, casetta con finestre e comignolo, steccato albero e uccellini in una composizione tra l'altro perfetta, siamo quasi adolescenti delle medie, e ci interessa 'come' sono fatte le cose, piuttosto che la composizione etc..

I disegni si diversificano per genere (ahimè la cultura lo impone!), i maschi le macchine e le femmine le spose o bamboline e il tutto è dettagliatissimo.

Più ci avviciniamo all'adolescenza, più vogliamo fare disegni realistici... In fondo non siamo più bambinetti. È proprio questo che vogliamo far vedere, è proprio in questo che vogliamo essere 'riconosciuti'.

Betty dice che l'amore per il realismo nasce dalla voglia di 'imparare a vedere'. Che poi non è altro che riuscire a 'passare' il compito al cervello destro, quello senza parole, quello curioso di vedere una linea che fa i ghirigori... E diventa un volto...

Ecco allora perché avevo fatto quel disegno orribile. Cercavo anche io di imparare a vedere. E di diventare grande.